Banca Etica a Costruire Cultura

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Chi ancora non conoscesse Banca Popolare Etica – l’unica in Italia ad aver rifiutato i fondi per lo scudo fiscale – è vivamente invitato a raccoglierne qualche informazione e non limitarsi all’indifferenza o ai discorsi sul signoraggio bancario. Ieri, martedì 23 ottobre, siamo stati a palazzo Trevisan di via Zabarella per assistere all’incontro con Francesco Peraro – responsabile soci e relazioni culturali di Banca Etica – inserito nel calendario di appuntamenti pubblici di Costruire Cultura.

L’istituto, nato a Padova nel 2009, già nel nome chiarisce la propria mission:
BANCA
– il concetto è chiaro: senza l’ufficio di intermediazione finanziaria, non sarebbe una banca;
POPOLARE
– il progetto è passato attraverso tutte le fasi della cooperazione: da associazione a cooperativa per diventare banca attraverso un’operazione di raccolta di capitale dal basso durata 4 anni. Oltre a permettere il voto a ciascun socio indipendentemente dalle rispettive quote, si struttura in organizzazioni territoriali dei soci;
ETICA
– il nome fu scelto da un giornalista per sottolinearne l’attenzione rivolta alle modalità di circolazione del denaro. Fulcro attorno al quale ruotano le operazioni di Banca Etica è l’economia civile,  tanto che i principali interlocutori sono associazioni, cooperative sociali e culturali, enti no profit. Quanto al profit, invece, requisito essenziale è che sia di tipo responsabile (che abbia un impatto sociale, ambientale o culturale diretto).

Una politica aziendale tanto attenta ai contenuti, non manca di interesse anche per le forme. Considerando la difficoltà di raccolta di capitale, infatti, si rivela necessaria una comunicazione che non nasconda il fine pubblicitario pur affrontando i temi cari alla banca (nel 2012 la campagna di sensibilizzazione nonconimieisoldi per creare consapevolezza dell’uso e del riuso del denaro si è unita alla campagna di capitalizzazione).
E qui entra in gioco un altro agente: il Teatro Popolare Europeo, un’associazione culturale nata nel 2005 dal bisogno di fare del teatro un’esperienza di vita, dall’impegno civile di un teatro sociale di comunità che punta al recupero delle periferie, contrasta i disagi di genere e promuove l’intercultura.
Dalla collaborazione tra queste due realtà è nato PopEconomy, il tentativo di raccontare la crisi finanziaria cominciata nel 2008 ricorrendo al linguaggio teatrale. L’idea, nata dall’incontro tra Alberto Pagliarino e Nadia Lambiase, in origine si presentava come spettacolo – conferenza per l’alternanza dei registri linguistici che, nel tempo, si sono differenziati. Alla base, un progetto piemontese di microrisparmio e microcredito, Fragili Orizzonti, legato a un programma di educazione finanziaria: dopo essere stato riprodotto a Venezia, è nata l’idea di «pensare a una comunicazione che fosse meno istituzionale».

Lo spettacolo non è un pacchetto che viene venduto ma è un progetto complesso che interagisce con in territori, con le istituzioni, con le circoscrizioni. Pagliarino e Lambiase hanno svolto un gran lavoro di ricerca per arrivare alla sua realizzazione. Si tratta di teatro di narrazione per facilità di fruizione e per scelta di linguaggio, di un teatro povero per l’assenza di tecnologie e scenografie: viaggiando parallelamente ai circuiti teatrali, si avvicina un pubblico vasto e popolare; parlando al pubblico, l’attore parla a se stesso; raccontando la storia dell’economia globale, si rivolge alla storia personale di ciascuno. È come trasporre sulla scena il risultato di giornalismo d’inchiesta.

Lo spettacolo sarà a Padova, al Porto Astra, il 20 novembre.

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