Il romanzo di formazione. Anzi, dell’adolescenza

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di Antonio Lauriola

Dopo lunghe settimane di duro lavoro, è finalmente partita la rassegna letteraria promossa e curata da Progetto Giovani e dall’associazione Cuore di Carta all’interno dell’imponente calendario de La Fiera delle Parole.

Primo appuntamento: giovedì 10 ottobre. Mentre la Scuola Italiana di Design svolgeva la propria lezione in Agorà, lo spazio porticato all’interno del Centro Culturale è stato animato dalla tavola rotonda sul romanzo di formazione. Tre scrittori – Valentina D’Urbano, Letizia Pezzali, Marco Porru – hanno presentato i propri romanzi accompagnati dallo studioso di letteratura Matteo Giancotti.
Niente di nuovo, sembrerebbe. Ma è bastato fare caso all’età degli ospiti e ascoltare l’introduzione di Giancotti, per rendersi conto che non si trattava della solita promozione libraria: nessuno di questi autori, infatti, ha superato (ancora!) il 33esimo anno di età ma ciascuno di essi, col pretesto del proprio, è stato invitato a parlare di romanzo di formazione.

Ci ha tenuto subito, il moderatore, a schivare le questioni teoriche e narratologiche in merito liquidando la faccenda con una semplice ma significativa definizione:

«parliamo di romanzo di formazione quando almeno uno dei protagonisti del racconto esce dal romanzo cambiato rispetto all’esordio».

Sarà stato per la giovane età degli autori, per l’impostazione del discorso proposta da Giancotti, o per la natura dei tre libri presentati, ma il dibattito si è subito concentrato sull’età che Alfieri, nella Vita scritta da esso, chiamò ‘dell’ineducazione’: l’adolescenza.
Le storie narrate dai tre propongono ai lettori il percorso che i rispettivi protagonisti affrontano nel passaggio dall’infanzia all’età adulta estendendone la temporalità a una sorta di adolescenza allargata in cui l’età anagrafica si sottrae in favore di una fase che sembra – in un paragone entomologico –  uno stadio.

De-formazione più che formazione per Alfredo e Beatrice, i due protagonisti di Il rumore dei tuoi passi (Longanesi, Milano 2012) della D’Urbano, che vivono nella Fortezza, periferia malfamata di una città innominata ma eleggibile a capitale d’Italia. Per questi «l’adolescenza è una delle età più infime del genere umano», ai margini della società e in costante conflitto con essa. Una società che si manifesta in casa – con il padre alcolizzato e violento di Alfredo e la famiglia accogliente di Beatrice – e per le strade dove i due diventano gemelli, coppia tanto legata che basta la voce di lei per narrare la vita di entrambi; dove droga, alcol e violenza sono l’unica variante al cemento dei palazzoni.
La costruzione paratattica e l’uso di un lessico popolare, etimologicamente triviale (tratti evidenziati, peraltro, dalla lettura che l’autrice romana fa durante l’incontro) sono il linguaggio di questo romanzo che ricorda – sostiene Giancotti – quelli di Nicolai Linin. Su questo si sostiene la quotidianità border che anima le giornate degli abitanti del quartiere e dei due protagonisti.

Letizia Pezzali, l’autrice di L’età lirica (Dalai, Milano 2012), sottolinea l’aspetto di ferocia dell’adolescenza e ne richiama il valore metaforico rispetto all’intera esistenza umana. Con un registro ironico, la scrittrice pavese, prende in giro il prendersi sul serio degli adulti e le loro frasi fatte.
Non è un caso che Mario Geranio, protagonista del romanzo, debba vedersela con l’esame di maturità, l’appuntamento che nell’immaginario ‘adulto’ rappresenterebbe la fine dell’adolescenza. Per Mario, però, gettato nel mondo ancora privo di un’identità, sarà un incontro a cambiare l’esistenza. Quello con un ragazzo conosciuto a una fermata del bus, che gli appare in sogno e sembra sgretolarsi come una premonizione di un’età che sta passando: quella dell’incertezza. Perché – ha detto Letizia Pezzali – mentre «gli adulti tendono a guardare gli adolescenti come esseri superficiali, questi si percepiscono come un mix di profondità e sentimenti estremi e di vaghezza irrisolta.»

Sono vittime dei propri antecedenti i protagonisti di L’eredità dei corpi (Nutrimenti, Roma 2012) di Marco Porru: dell’eredità genetica Raniero, colpito da una malattia che gli segna il corpo e la pelle condizionandone l’esistenza; dell’eredità psichica Gabriele, insonne e in eterno conflitto col padre.
In linea con la politica editoriale di Nutrimenti, il linguaggio adottato da Porru è sperimentale, ricercato. Con esso, lo scrittore racconta dei due ragazzi, della scoperta del corpo, della sessualità e della differenza. Questa diventa l’asse che Giancotti riconosce come centrale rispetto alla narrazione: dice «e gli adolescenti sono spietati», anche se – aggiunge lo scrittore sardo – «c’è sempre qualcuno che protegge e si prende cura del più debole mettendo a rischio il proprio status», qualcuno che si ritiene potente.

La Sardegna arcaica che fa da sfondo a L’eredità dei corpi, ha offerto il pretesto per un’interrogazione del moderatore sull’importanza delle diverse provenienze geografiche dei tre autori e la loro incidenza sui rispettivi romanzi.
Marco Porru osserva che l’identità sarda, così affermata nell’osservazione dall’esterno, è, in realtà, quasi persa all’interno e, per questo, assume un ruolo fondante nella finzione narrativa. Nel romanzo di Letizia Pezzali, invece, i luoghi sono quasi completamente sottratti «per dare l’idea di una suburbia universale» nella quale si formano le coscienze adolescenziali di tutti. È molto importante per Valentina D’Urbano rifiutare l’idea di determinismo ricordando la propria esperienza di borgatara perché «si può uscire dai luoghi.»
Differenze regionali evidenti anche nella rappresentazione di un rito collettivo, di un simbolo come quello delle canne (degli spinelli, per gli amanti del vintage) che sono prassi normale per quelli della D’Urbano, pur rappresentando «riti d’iniziazione che spesso non si traducono in passaggio ad un’età (più) adulta». Mentre sono sostituiti da immagini di gita di classe nelle pagine della Pezzali.

C’è, infine, un aspetto che Giancotti rileva curiosamente: l’assenza della politica nei loro romanzi. Se, per Porru, questa passa attraverso le parole e gli sguardi dei suoi personaggi, per Valentina D’Urbano si tratta di un’assenza ovvia nel contesto narrato di un quartiere in cui la mancanza di cultura e di argomenti è l’humus su cui prolifica la vita.

A chiusura della tavola rotonda mi sono chiesto se il tema di partenza sia stato esaurito ma, come spesso accade fuori dalle Accademie – ed è giusto che sia così – a parlare di libri si finisce col parlare di vita e questi esordienti hanno detto il loro offrendo all’auditorio un dialogo interessante e, forse, un motivo diverso dal solito, di leggere i loro libri. Resta da chiedersi se l’evidente diffusione di nuovi libri riconducibili al genere in questione sia frutto di una ricerca di marketing o, più probabilmente, dell’esigenza di una generazione costretta a fare costantemente i conti con sé e con il proprio passato.